Mi sono trovato in una discussione a proposito di “Il vecchio e il mare“, di Ernest Hemingway e della critica negativa di Dwight Macdonald nei suoi confronti (in “Masscult e Midcult“, 1960).
Macdonald sostiene l’esistenza di una cultura “di èlite”, comprensibile solo ai più istruiti e preparati, distinta dalla cultura di massa. E questo romanzo rappresenterebbe la “midcult”, ovvero la letteratura che scimmiotta quella “alta” per far credere ai lettori di essere colti. A me sembra che sia una posizione ridicola. In effetti, anche Umberto Eco la qualifica come banale snobismo (Apocalittici e integrati, 1964).
L’arte, per definizione, non può essere riservata a pochi. Se un’opera non è comprensibile, ha dei limiti a causa della limitatezza del linguaggio dell’artista di turno. L’arte è una forma di comunicazione: se non si capisce cosa comunichi, è colpa tua, non del pubblico.
Far parte della cultura di massa è il massimo risultato cui un artista può aspirare, qualunque sia la propria disciplina. Il resto sono chiacchiere.
Chi sostiene l’esistenza di una cultura riservata solo ai “più istruiti”, diversa da quella riservata alle masse, è egli stesso non abbastanza istruito per discutere di arte, per quanto sia convinto del contrario.
Eppure esiste realmente una categoria di persone che ha bisogno di crederci.
Sono quelle che si vedono ai vernissage, vestite come a una incoronazione, papillon, gioielli e acconciature armate, a mangiucchiare microtartine cavialate e scambiarsi commenti insulsi con un flute di spumante incastonato nella mano. Quelle che vanno alle prime dei teatri importanti coperte da pellicce, piume, cilindri e monocoli e vanno via dopo il primo atto perché si annoiano.
Insomma, li si riconosce perché il proprio snobismo sociale è anche l’unica cosa che li distingue dai parassiti intestinali.
“Il vecchio e il mare” è Hemingway, che piaccia o meno. Non c’è bisogno di definirlo “capolavoro”, ma è ridicolo criticarlo solo perché piace agli altri e non si è in grado di capire cosa dice.
Per quanto mi riguarda, leggere Hemingway è uno dei massimi piaceri che mi ha dato la letteratura mondiale. E vale per tutto ciò che ha scritto, compresa quella roba cucita male, pubblicata postuma e incompiuta, che è “Isole nella corrente“. Ogni volta che rileggo i “Quarantanove racconti” mi fa sempre lo stesso effetto: mi viene voglia di scrivere.
Dunque, non ho bisogno di altre categorie.




