“Si tratta, a mio parere, della realizzazione più ingegnosa di cui abbia mai sentito parlare. Non l’ho vista realizzata in prima persona, ma ne sono venuto a conoscenza soltanto molti anni dopo, quando l’amico Capozzi, in un raduno di ex PoW, mi disse di essere in contatto, a Milano, con un tale Saltamartini autore di un libro-raccolta di fotografie scattate nei campi di Bangalore e di Yol.
Benché incredulo, tramite Capozzi rintracciai Lido Saltamartini, il quale fu ben lieto di fornirmi una copia del volume che risultò essere al di sopra di ogni aspettativa: un documento straordinario ed estremamente raro. Parlare di fotografie scattate in un campo di prigionia è quasi un ossimoro: macchine fotografiche ed apparecchi radio sono incompatibili con la prigionia. Il libro però esiste ed è una realtà evidente.
Al di là del valore delle immagini, elevatissimo, c’è quello dello strumento impiegato per ottenerle. Si trattò infatti di una macchina fotografica che Saltamartini stesso si costruì utilizzando una piccola lente che si era ritrovato in tasca, una scatoletta di latta per sigarette, stagno, piombo, elastici. Inoltre un rotolino di 12 pellicole 6×9 (da cui furono ricavati circa 500 minuscoli fotogrammi) anche questo fortunosamente occultato nelle varie ispezioni subite. Pare impossibile, ma è così. Per poter vedere le fotografie, rinvio quindi al libro, che l’autore mi ha raccontato di aver pubblicato per destinare il ricavato a beneficio di bambini indiani affetti da gravi patologie che lo hanno particolarmente intenerito nel corso di visite in India compiute negli anni successivi al rimpatrio.”
(Luciano Nanni, P.o.W., Sovera Edizioni, 2014, p.63)

Catturato a Tobruk nel 1941, Lido Saltamartini restò Prisoner of War (P.o.W.) in un campo di prigionia inglese nel nord dell’India, insieme ad altri diecimila militari italiani, fino alla fine della guerra.
Con nulla da fare tutto il giorno, i prigionieri dovevano far passare il tempo: allestirono spettacoli teatrali, fabbricarono bottoni da frammenti di dischi musicali in bachelite, prepararono e imbottigliarono un “vino” prodotto con scarti di cucina, organizzarono anche una vera e propria università, con tanto di Rettore, docenti e corsi. Costruirono apparecchiature clandestine di vario genere con materiali di recupero, compresa una radio a onde corte.
Lido Saltamartini riuscì o a fabbricarsi una minuscola macchina fotografica utilizzando
«una scatola metallica di sigarette Waltham’s, lo stagno ricavato da un tubetto di dentifricio “McLeans”, l’unico di stagno tra gli altri di piombo, la candela avuta in prestito dal Cappellano con promessa solenne di restituzione immediata al rientro in Italia, il cannello ferruminatorio ricavato da una scatola di salsicce di soia, una lente minuta (4 mm)».
Da alcune pellicole 6×9 ricavò numerosi fotogrammi di pochi millimetri con cui documentò gli anni di prigionia. I negativi venivano poi nascosti dentro sigarette svuotate del tabacco e in tubetti di dentifricio.
Saltamartini tornò in Italia nel 1947.
Cinquant’anni dopo, molte di quelle immagini sono state raccolte nel libro pubblicato per sostenere l’associazione benefica “10.000 in Himalaya” fondata dallo stesso Saltamartini.
È un libro molto difficile da reperire oggi, come ho potuto constatare di persona. Ma io sono bravo a trovare libri introvabili.
Ho scoperto questa storia tre o quattro anni fa, ascoltandola alla radio. Oggi posso aggiungere alla collezione una copia del libro “10.000 in Himalaya” (Humana Edizioni, 1997) in condizioni perfette che contiene pure una dedica autografa dell’autore al “Sig. Gen. Rigon ricordi della nostra gioventù Lido Saltamartini Milano. Inizio millennio”.







