Non vi fate imbrogliare dal suo sguardo innocente.
Nino ha quasi 10 anni e non è mai uscito da un appartamento, se non per qualche metro, in cortile, nell’ultimo anno, da quando siamo nella casa nuova. Fino a ieri mattina.
Si è appostato mentre stavo per uscire: dovevo riprendere il bidone della differenziata. Di solito, chiudo quando esco e riapro quando torno. Ecco, appena ho aperto il portoncino per rientrare, lui si è infilato tra le gambe ed è corso fuori.
Non era la prima volta. Di solito lo inseguo e lui corre dentro da solo. Questa volta invece, lui aveva un piano diverso. Mi evita, scarta, finge di rientrare e all’ultimo momento cambia direzione. Mi frega sempre. Salta e va nel cortile del vicino. La rete divisoria non c’è ancora perché dobbiamo finire prima alcuni lavori e Nino ne approfitta.
Ci mette poco più di un’ora per terminare l’esplorazione. Io penso che voglia rientrare. Lui scorre lungo tutto il muretto dall’altra parte finché trova un buchino invisibile sotto la rete e sparisce nell’erba alta del campo dove non posso seguirlo nemmeno con lo sguardo.
Io devo tornare in casa perché è orario di lavoro.
Sono preoccupato. Penso che Nino non ha alcuna esperienza del mondo di fuori, non ha alcun collarino con il mio numero di telefono, non ha un microchip. È solo.
Passano tre ore, quattro.
L’ansia diventa densa come polistirolo e pesante come ghisa. Così è difficile concentrarsi sul lavoro.
Non so dove sia Nino. Mi dico che è un gatto: se la sa cavare senza problemi. E comunque è perfettamente in grado di tornare indietro. Non serve, non mi tranquillizzo.
Quasi mezzogiorno e mezzo: prendo un altro caffè e mi affaccio al balcone della cucina. L’ho intravisto passare tra le piante, in fondo a quel giardino, un paio d’ore fa. Poi niente.
Esco in corridoio per tornare nello studio e Nino è lì che mi guarda e dice miao. È visibilmente stanco, ma è tornato ed è tutto intero. Si sdraia sul pavimento e mi mostra la pancia.
L’incazzatura di prima si squaglia in coccole.



