La fotografia, la grafica e l’etica

particolare della copertina con i due piedi sinistri di Sofia Goggia

Come fotografo amatoriale, ho compiuto questa scelta da qualche tempo: ho smesso di fare modifiche alle mie foto per “migliorarle”. Piuttosto, studio per scattare fotografie migliori.

Oggi si discute della copertina del settimanale del Corriere della Sera che ritrae la sciatrice Sofia Goggia con due piedi sinistri. Ma lo si fa per il motivo sbagliato.
Tralasciando il fatto che anche il gomito destro sembra maldestralmente modificato, il problema non è la bravura del tizio che modifica le immagini. Il problema è modificare le immagini prima di pubblicarle.

Presumibilmente, lo scopo iniziale era nascondere la cicatrice rimasta dopo l’infortunio dell’atleta. La cicatrice esiste, è evidente e si vede in molte immagini che circolano su internet.
Ecco, qui è il problema. È una questione di etica dell’informazione che dovrebbe essere affrontata seriamente. Che senso aveva falsificare questa foto? Nella rivista, l’atleta è intervistata per parlare del recupero dopo il proprio infortunio: dunque perché nasconderne le conseguenze?

Si deve smettere di chiamare “fotografia” la roba modificata come questa. Questo è un pessimo lavoro di grafica. Se fosse stato fatto in modo corretto, sarebbe stato un buon lavoro di grafica, ma comunque non una fotografia.

La fotografia è ciò che si vede nel mirino della macchina fotografica. Buono o brutto, a colori o in bianco e nero, astratto o figurativo, è quello e solo quello. In postproduzione puoi regolare il bilanciamento del bianco, i colori, il contrasto, perfino tagliare la foto e cambiarne il formato. Ma se manipoli il contenuto, cessa di esserlo. Se la realtà che è stata ripresa viene modificata, cessa di esserne l’immagine. Non è più fotografia.

Intendiamoci: non c’è nulla di male in un lavoro di grafica fatto bene. È arte e ha un suo motivo di esistere come qualunque disciplina artistica. Però va detto in modo chiaro e inequivocabile che non è fotografia.
Qui invece parliamo del settimanale di un quotidiano che fa informazione. Chi guarda quella copertina ha il sacrosanto diritto di non essere ingannato, altrimenti è truffa.

Una testata che porta il nome del Corriere della Sera deve fare informazione, non manipolare le immagini per renderle gradevoli censurando i fatti. Altrimenti, lo ripeto, è un falso; è una truffa ai lettori. Non è il grafico maldestro a meritare il licenziamento, ma il direttore che decide di falsificare le notizie.
Oggi lo fa per fare una copertina più gradevole, domani per compiacere il politico corrotto.

Nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, questo è un problema etico serio, sul quale si fonda la credibilità di una redazione.
Non avete un fotografo in grado di scattare una buona foto? Mandatelo a fare corsi o assumetene un altro. Si chiama “selezione”. Non ci sono scuse che tengano: se per rispettare il bilancio si accetta di pubblicare il falso, è molto meglio per tutti che la testata chiuda per fallimento.

L’informazione si basa sulla realtà, e la realtà manipolata diventa un’altra cosa. La fotografia del piede di una atleta sembra poco rilevante, ma è così che si presentano tipicamente i princìpi, quando si comincia a violarli: dettagli poco rilevanti.
Quando poi ci si ritrova con un problema etico diventato così grande da essere evidente a tutti, di solito è troppo tardi per tornare indietro e il danno è stato già fatto.

In questo caso, sarebbe stato meglio mostrare la cicatrice, questo è certo. Ripeto: che senso ha un approfondimento giornalistico su una atleta che lavora per superare un infortunio, se si manipolano le immagini per nascondere l’infortunio?

Per approfondire: l’articolo del Post

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